La riflessione al centro del convegno “Oltre le sbarre: un’economia nascosta che genera valore. Lavoro, inclusione e opportunità per le imprese nel sistema carcerario”, promosso da CSRoggi e ALTIS Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Esiste un’economia spesso poco visibile, fatta di formazione, lavoro, responsabilità e nuove opportunità. Un’economia che nasce dall’incontro tra istituzioni, imprese, Terzo Settore e mondo accademico, e che dimostra come il sistema penitenziario possa diventare un luogo di generazione di valore sociale ed economico.

È stata questa la riflessione al centro del convegno “Oltre le sbarre: un’economia nascosta che genera valore. Lavoro, inclusione e opportunità per le imprese nel sistema carcerario”, promosso da CSRoggi e ALTIS Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle imprese e del Terzo Settore per confrontarsi sul contributo che il lavoro e la formazione possono offrire nei percorsi di reinserimento delle persone detenute.

Il lavoro come leva di inclusione e sviluppo

Dagli interventi di Matteo Pedrini e Luca Pesenti (ALTIS Università Cattolica), Filippo Giordano (LUMSA), Silvio Di Gregorio (Amministrazione Penitenziaria) e Giorgio Leggieri (Casa di Reclusione Bollate) è emersa una convinzione condivisa: il lavoro rappresenta uno degli strumenti più efficaci per favorire il reinserimento sociale, sviluppare competenze spendibili e ridurre il rischio di recidiva. Un approccio che richiede una stretta collaborazione tra amministrazione penitenziaria, sistema produttivo e realtà sociali, supportata anche dagli strumenti normativi e dagli incentivi previsti dalla Legge Smuraglia.

 

In particolare, è stato evidenziato come la recente evoluzione del quadro normativo abbia rafforzato le opportunità di collaborazione tra istituti penitenziari e imprese, favorendo percorsi lavorativi strutturati e duraturi sia all’interno sia all’esterno del carcere. Il lavoro, infatti, non rappresenta soltanto una misura trattamentale, ma uno strumento di dignità, responsabilizzazione e ricostruzione personale, capace di produrre benefici per le persone coinvolte e per l’intera collettività.

Quando le imprese scelgono di entrare in gioco

Le testimonianze aziendali hanno mostrato come l’inclusione possa diventare parte integrante delle strategie di sostenibilità e di creazione di valore condiviso. Francesco Benvenuto ha raccontato l’esperienza di Cisco Italia, che negli anni ha sviluppato programmi di formazione tecnologica all’interno di diversi istituti penitenziari italiani. Tra questi, la prima Cisco Networking Academy al mondo realizzata in carcere, presso la Casa di Reclusione di Bollate, che permette alle persone detenute di conseguire certificazioni riconosciute a livello internazionale e acquisire competenze altamente richieste dal mercato del lavoro. Il progetto coinvolge oggi diversi istituti penitenziari e rappresenta un esempio concreto di come la formazione tecnica possa trasformarsi in occupabilità e inclusione sociale.

 

Federica Cameli ha illustrato l’impegno di Intesa Sanpaolo per il Sociale, che considera l’inclusione delle persone detenute una componente delle proprie strategie di impatto sociale. Attraverso percorsi di orientamento, sviluppo delle competenze, formazione professionale e collaborazioni con organizzazioni del Terzo Settore, la banca sostiene iniziative volte a trasformare il tempo della pena in un’opportunità concreta di coesione sociale, autonomia e reinserimento lavorativo. Tra le esperienze presentate figurano progetti di formazione, attività di accompagnamento all’occupabilità e iniziative di economia circolare che coinvolgono direttamente persone detenute nella rigenerazione di dispositivi e materiali destinati a una seconda vita.

 

Altro esempio significativo di collaborazione tra impresa e sistema penitenziario è Fare Impresa in Dozza, presentato da Myriam Finocchiaro di Granarolo. Il progetto ha dato vita a un vero e proprio caseificio all’interno della Casa Circondariale della Dozza di Bologna, dove le persone detenute vengono formate e coinvolte nella produzione della Caciotta della Dozza, commercializzata sul mercato attraverso la filiera del gruppo. Un’iniziativa che dimostra come il lavoro possa generare competenze professionali, autonomia economica e opportunità concrete di reinserimento, creando al contempo valore per l’impresa e per il territorio.

 

L’intervento di Andrea Rangone, fondatore di Digital360 e advisor scientifico di Atacama, ha invece evidenziato il ruolo dell’innovazione nell’affrontare sfide sociali complesse. Attraverso l’esperienza di Atacama, è emersa l’importanza di costruire ecosistemi collaborativi in cui imprese, istituzioni e organizzazioni sociali lavorano insieme per trasformare fragilità e discontinuità in opportunità di sviluppo, inclusione e creazione di impatto. Una visione che richiama la necessità di superare logiche frammentate per affrontare il reinserimento lavorativo come una responsabilità condivisa.

 

Silvia Polleri ha raccontato l’esperienza di InGalera, il primo ristorante aperto al pubblico all’interno della Casa di Reclusione di Bollate. Un progetto che negli anni è diventato un punto di riferimento a livello nazionale, dimostrando come qualità del servizio, sostenibilità economica e impatto sociale possano procedere insieme. Attraverso percorsi professionali nella ristorazione, le persone detenute acquisiscono competenze tecniche e relazionali, si confrontano con un contesto lavorativo reale e costruiscono le basi per il proprio futuro professionale. Un’esperienza che contribuisce anche a modificare lo sguardo della società sul carcere, creando occasioni concrete di incontro tra il “dentro” e il “fuori”.

 

Un approccio complementare è stato illustrato da Caterina Micolano della Cooperativa Sociale Alice, attraverso il progetto Ethicarei, che promuove percorsi di inclusione lavorativa e imprenditorialità sociale fondati sulla valorizzazione delle competenze e del potenziale delle persone. Un modello che dimostra come l’impatto sociale possa nascere dalla capacità di creare lavoro di qualità, autonomia e opportunità durature, trasformando situazioni di fragilità in percorsi di crescita personale e professionale.

Il contributo del Terzo Settore: costruire ponti tra ildentro e il fuori

Accanto alle imprese, un contributo fondamentale arriva dalle organizzazioni sociali, dalle fondazioni e dalle cooperative che operano quotidianamente per costruire percorsi di inclusione e accompagnamento.

Delfina Boni ha presentato il progetto Palla al Centro, promosso dalla Fondazione Francesca Rava, oggi attivo in numerosi istituti penali minorili italiani. Nato per creare un ponte tra gli istituti e il territorio, il progetto offre ai giovani detenuti attività educative, laboratori professionalizzanti, percorsi di formazione e occasioni di incontro con volontari, aziende e studenti universitari. Un modello che favorisce l’acquisizione di competenze, la costruzione di relazioni positive e l’apertura verso nuove prospettive di vita e lavoro.

 

Giulia Compagnone ha raccontato l’esperienza di #RipartoDaMe, iniziativa della Fondazione Alberto e Franca Riva EF, che accompagna le persone detenute in percorsi di formazione, tirocinio e inserimento lavorativo. Il progetto coinvolge una rete articolata di partner, tra cui istituzioni penitenziarie, enti formativi, fondazioni, organizzazioni di volontariato e università, e affianca alla formazione professionale un supporto abitativo, legale, psicologico e relazionale.

 

A chiudere l’incontro è stato l’intervento di Don Claudio Burgio di Fondazione Kayròs, che ha richiamato l’attenzione sul valore umano del reinserimento e sulla necessità di guardare alla persona oltre la sua storia detentiva. Una delle principali indicazioni emerse dal confronto riguarda infatti la dimensione culturale della sfida. Costruire opportunità dentro e fuori dal carcere richiede certamente strumenti, risorse, competenze e partnership. Ma richiede soprattutto la capacità di superare stereotipi e pregiudizi che ancora oggi caratterizzano il dibattito sul mondo penitenziario.

La sfida riguarda non solo chi opera negli istituti di pena, ma anche le imprese, i territori e la società nel suo insieme. Significa riconoscere il valore delle seconde opportunità, investire nelle competenze delle persone e comprendere che percorsi di inclusione ben progettati producono benefici che vanno oltre il singolo individuo.

Perché il reinserimento non è una responsabilità di pochi: è un processo collettivo che coinvolge istituzioni, organizzazioni, imprese e comunità. Ed è proprio da questa alleanza che può nascere quell’economia nascosta che genera valore di cui si è discusso durante l’evento, capace di trasformare il lavoro in uno strumento di dignità, sviluppo e coesione.

a cura della redazione

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Written by giovanni47