Un lavoro di squadra per far conoscere oli, storie e territori: 125 collaboratori in tutta l’Italia hanno recensito 823 aziende segnalando 1321 oli extravergini di qualità. Numeri in crescita nonostante l’annata difficile

 

La Guida agli Extravergini 2025, a cura di Slow Food Italia, è pronta: la si può acquistare su www.slowfoodeditore.it a partire dall’8 aprile

 

Per l’ennesimo anno la parola più usata nel mondo dell’olivicoltura è stata siccità. Che in alcune regioni è stata accompagnata da una pioggia autunnale persistente. Oltre al naturale andamento del raccolto e ad alcuni parassiti e insetti, anche quest’anno la crisi climatica sempre più evidente ha indirizzato il raccolto: in Italia, secondo le stime Ismea e Uniprol, è stato inferiore del 32% rispetto all’anno precedente, attestandosi intorno alle 220mila tonnellate: «Nonostante le sfide imposte dai cambiamenti climatici – spiega Francesca Baldereschi, curatrice della Guida agli Extravergini -, la produzione olivicola ha registrato un miglioramento qualitativo diffuso, sebbene le diverse condizioni climatiche abbiano avuto impatti differenti sui vari territori. La Guida agli Extravergini 2025 testimonia questa rinascita, con circa 830 aziende recensite, un numero in costante aumento che riflette la vitalità e la forza della nostra olivicoltura. Questa crescita non solo evidenzia l’espansione del settore, ma anche la crescente consapevolezza da parte dei produttori, che puntano sulla qualità e sull’innovazione sostenibile. In molti frantoi, l’attenzione ai dettagli, anche nelle piccole produzioni, e l’adozione di soluzioni tecniche avanzate, permettono anche alle aziende più giovani di crescere e farsi spazio in un mercato sempre più esigente».

Una dimostrazione di come sia essenziale affrontare queste sfide preservando la qualità, promuovendo la biodiversità autoctona e adottando pratiche sostenibili. L’olivicoltura superintensiva, in molte nazioni indicata come la salvezza del settore, è un miraggio: sembra, nel breve periodo, essere più produttiva, ma porta con sé molte criticità.

Poco si adatta alla morfologia dell’Italia (necessita di grandi distese pianeggianti), ha bisogno di investimenti iniziali molto alti (oltre a più ore lavorative anche se meccanizzate), comporta la coltivazione di pochissime varietà di olivo e un ciclo vitale della pianta molto breve (non supera i 20 anni perchè diventa antieconomica), con conseguente perdita di un patrimonio di cultivar autoctone (biodiversità) e di olivi secolari, simbolo della nostra olivicoltura e di un paesaggio unico. Inoltre, questo tipo di coltivazione non si adatta alla crisi idrica, in quanto ha bisogno di molta irrigazione.

Per queste ragioni la Guida ha posto un limite importante: non ha preso in considerazione le aziende che fanno superintensivo.

 

«Le nostre guide – osserva Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia – non si limitano a valutare la bontà di un prodotto, ma a valorizzare il lavoro che ci sta dietro, le storie delle persone, il rispetto per l’ambiente e il sociale. Siamo partiti da Slow Wine, che in questi anni è diventata sempre più selettiva, e continuiamo quest’anno con l’olio. Con le nostre pubblicazioni vogliamo dare messaggi chiari e utili: a valle, certo, segnalano prodotti e materie prime di qualità, ma a monte creano sistemi locali del cibo, con ricadute poitive sul piano economico, sociale, ambientale e paesaggistico. Il sistema di oliveto superintensivo sta proponendo un approccio altamente tecnologico e produttivistico alla coltivazione degli olivi che non tiene in considerazione questa cornice sistemica. È necessario sensibilizzare i produttori sui rischi di questo sistema con motivazioni concrete, come ad esempio la scelta di non inserire in Guida gli oli da impianti superintensivi a partire da quest’anno. Un passaggio politico importante che Slow Food ha voluto intraprendere sperando porti a una riflessione costruttiva su questo fenomeno».

 

Le aziende che hanno scelto il superintensivo in Italia, per fortuna, sono per ora limitate, e prevale ancora chi si impegna per valorizzare e conservare il patrimonio olivicolo dell’Italia.

La Guida sostiene e dà voce a questi produttori, che fanno colture a ombrello e si prendono cura del suolo, adottano inerbimenti mirati per contenere l’uso dell’acqua, salvaguardano la terra e continuano a plasmare il paesaggio. In questo ambito si inserisce il grande lavoro di chi porta avanti il Presidio degli olivi secolari, che la Guida, e in generale il lavoro di Slow Food, cerca di valorizzare per evitare la piaga dell’abbandono.

 

Secondo il Centro Studi del Consorzio Nazionale di Olivicoltori, infatti, su 1,1 milioni di ettari destinati all’olivicoltura in Italia, ben 500 mila risultano abbandonati.

Con un’eccezione: il Nord, dove si registra, sotto la spinta della crisi climatica, una crescita di impiantamenti, non solo nelle zone anticamente vocate come il lago di Garda: «Ovviamente – sottolinea Marco Antonucci, esperto della Guida Extravergini – la produzione rimane marginale, per non dire irrilevante: i dati medi degli ultimi anni (2021-2024) ci dicono che la Lombardia produce lo 0,4%, il Veneto lo 0,8%, il Piemonte 0,01% dell’olio italiano.

Nella vicina Svizzera la situazione è ancora più marginale: nei due frantoi ticinesi vengono lavorati circa 150/200 quintali di olive con una produzione che non supera il 2.000 litri. I numeri però non vanno presi acriticamente: solo 10 anni fa il Piemonte non veniva nemmeno considerato nella classifica nazionale, in quanto produceva lo 0,003% sul totale nazionale, e oggi ha 10 aziende segnalate nella Guida. Se scorriamo i dati dell’Istituto Servizi per il Mercato Agricolo e Alimentare, abbiamo la conferma che tutto il nord Italia ha mostrato un aumento del numero di aziende olearie.

In particolare il Piemonte nel decennio 2010/2020 ha triplicato il numero di aziende, passando da 640 a oltre 1900 e incrementando la superficie dedicata del 16%. La Lombardia non è da meno: più che raddoppiato il numero di aziende, passato da 1.930 a 5.400. Il Friuli-Venezia Giulia nei 10 anni è passato da 510 a 830, la Valle d’Aosta da 47 a 71 e il Trentino-Alto Adige da 845 a 1.056».

In attesa della presentazione della Guida Extravergini 2025, sabato 12 aprile alle ore 9,30 al Teatro dei Filarmonici di Ascoli Piceno, ecco i numeri della 25esima edizione:

  • 823 aziende recensite contro le 686 della precedente edizione;
  • 1321 oli recensiti tra gli oltre 1600 degustati. Nel 2024 gli oli erano 1071;
  • 127 novità assolute;
  • 233 riconoscimenti a testimonianza della qualità dell’evo italiano;
  • 47 le chiocciole che premiano le aziende che interpretano al meglio i valori Slow Food;
  • 227 gli oli del Presidio Slow Food degli olivi secolari;
  • 120 le aziende con ristorante e 191 quelle con possibilità di alloggiare (la guida vuole anche essere uno stimolo a visitare queste realtà per far incontrare i produttori e scoprire il patrimonio olivicolo).

E una significativa novità. Per la prima volta la Guida ospita la Slovenia con 8 aziende recensite, segno di una crescita qualitativa e quantitativa di questa nazione che Slow Food è, con ragione, da anni che monitora.

Ad Ascoli Piceno, a contorno della presentazione, ci sarà una vera festa con protagonista l’olio extravergine di qualità, con un grande mercato, banchi d’assaggio, Laboratori del Gusto e cene a tema nelle osterie di Ascoli, San Benedetto, Pagliare del Tronto e Offida.

Oltre all’apporto fondamentale dei 125 collaboratori dislocati in tutta l’Italia che conoscono il territorio e hanno passione e competenza per il mondo dell’olivicoltura, la Guida agli Extravergini 2025 è realizzata anche grazie al sostegno di tre realtà vicine al mondo dell’olio di qualità e sensibili al lavoro di Slow Food a difesa dell’olivicoltura buona pulita e giusta: Gruppo Saida (produzione, commercializzazione e distribuzione di contenitori di vetro per alimenti), BioEsperia (prodotti per l’agricoltura distillati da biomassa vegetale) e RICREA (Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio).

a cura della redazione

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Written by giovanni47

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