LE COMPETENZE INVISIBILI RACCONTANO MOLTO DI TUO FIGLIO E NON FINISCONO IN PAGELLA

Empatia, responsabilità, resilienza e curiosità sono abilità che la scuola non misura con un numero,
ma che, secondo l’
OCSE e il World Economic Forum, incidono sul benessere e il futuro dei nostri figli.

Sei indicazioni della pedagogista per coltivare in famiglia quello che nessun documento certifica

 

È tempo di pagelle e molte famiglie attendono il verdetto dell’intero anno scolastico dei figli prima di pensare alle vacanze e alle attività estive, come se il loro valore si concentrasse in una sequenza di numeri o in giudizi caricati sui registri elettronici.

Senza pensare che, accanto a italiano, matematica, scienze e inglese esistono abilità, che la scuola non riesce a fotografare, ma che hanno una notevole importanza nello sviluppo della persona: le cosiddette soft skills, competenze trasversali o competenze invisibili socio-emotive nascoste nel comportamento, che definiscono come interagiamo con gli altri e come affrontiamo le sfide di ogni giorno, i lavori in gruppo e la capacità di adattamento ai cambiamenti.

Tra queste, l’empatia, l’ascolto attivo, il problem solving, il pensiero critico, l’adattabilità, la resilienza e lo spirito di iniziativa. Sono tutte abilità relazionali e comportamentali che non finiscono in pagella, ma che raccontano molto di chi è davvero un bambino o un adolescente e di come affronterà in futuro l’università, il primo lavoro e una delusione affettiva.

 

Il riconoscimento della rilevanza di competenze non strettamente curricolari è oggi al centro del dibattito educativo.

Lo conferma l’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con l’indagine internazionale Survey on social and emotional skills 2023 (la terza fase ha preso avvio quest’anno), pubblicata in due report nel 2024 in aprile nel Social and emotional skills for better lives e in ottobre in Nurturing social and emotional learning across the globe, realizzate In Italia da Fondazione per la Scuola con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo e in collaborazione con gli Uffici scolastici regionali per il Piemonte e per l’Emilia-Romagna, coinvolgendo l’area urbana di Torino e le città di Bologna, Modena e Reggio Emilia.

I dati emersi provano che le competenze socio-emotive degli studenti tra i 10 e i 15 anni sono correlate a risultati scolastici migliori, a maggiore soddisfazione nella vita, a comportamenti più sani, a meno ansia da prestazione e a progetti di carriera più ambiziosi.

L’indagine segnala anche un dato critico: queste competenze sono distribuite in modo diseguale per età, genere e contesto socio-economico e tendono a diminuire tra i 10 e i 15 anni, proprio nell’età in cui famiglia e scuola dovrebbero invece fare in modo di allenarle il più possibile.

 

Considerazioni convalidate anche dal mondo del lavoro. Il Future of jobs report 2025 del World Economic Forum, interpellando oltre 1000 grandi aziende internazionali, stima che entro il 2030 cambierà circa il 40% delle competenze richieste sul lavoro. Accanto alle competenze tecnologiche, tra le abilità più richieste compaiono pensiero analitico, resilienza, flessibilità, pensiero creativo, curiosità e apprendimento permanente. Tutto quello che oggi non trova spazio in pagella.

 

«Per anni ci siamo abituati a guardare i nostri figli attraverso la lente del voto. Il voto è uno strumento utile, ma parziale: valuta quello che si può misurare in una verifica o in un’interrogazione, ma non chi è davvero il bambino davanti a noi», afferma Federica Ciccanti, pedagogista, pedagogista clinico, mediatrice familiare e autrice di Regole facili. Genitori felici (e figli anche), edito da Vallardi. «Un voto basso non racconta la capacità di rialzarsi dopo un fallimento. Un voto alto non ci dice se sa chiedere scusa, ascoltare, prendersi cura di un compagno in difficoltà. Eppure, è proprio in quelle competenze che si basa la vita adulta».

 

Per la pedagogista, le competenze invisibili non sono un’alternativa alla scuola, sono il terreno fertile su cui la scuola può fare attecchire ogni apprendimento. «Senza autoregolazione non si studia. Senza fiducia in se stessi non si chiede aiuto. Senza capacità di collaborare non si lavora in gruppo.
Le competenze emotive e relazionali sono l’infrastruttura nascosta del rendimento scolastico, prima ancora della felicità futura. Si allenano soprattutto in famiglia, ogni giorno, anche quando i genitori pensano di non stare educando», continua Ciccanti. «La pagella resta un riferimento prezioso, ma non esaurisce l’identità di un figlio. Le soft skills non si insegnano con un corso pomeridiano, si trasmettono nella relazione quotidiana, nella coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, nello sguardo con cui si accoglie un errore. Forse, dopo aver letto i voti, vale la pena fermarsi un istante e chiedersi: “Quest’anno mio figlio è anche cresciuto come persona? E io, da genitore, cosa ho fatto perché accadesse?”».

 

Ecco 6 indicazioni pratiche della pedagogista, su altrettante competenze trasversali, che i genitori possono coltivare a casa, senza trasformare un momento di condivisione in un’aula scolastica.

  1. Autoregolazione: imparare ad aspettare.

La capacità di tollerare la frustrazione, di rimandare una gratificazione immediata e di gestire la rabbia non nascono spontaneamente, si apprendono con la pratica. Ogni giorno ci sono occasioni preziose per allenarle grazie a piccole esperienze. Aspettare il proprio turno, rispettare una regola, completare un compito prima di dedicarsi a qualcosa di piacevole o imparare a riconoscere e a dare un nome alle proprie emozioni sono esperienze semplici, ma concrete, che contribuiscono a sviluppare autocontrollo, pazienza e consapevolezza emotiva.

 

  1. Responsabilità: una mansione vera, non simbolica.

Affidare al figlio un incarico costante in casa, come per esempio apparecchiare, portare fuori il cane o prendersi cura di una pianta, significa offrirgli l’opportunità di sperimentare il valore dell’impegno e della continuità e capire cosa vuol dire essere affidabile. È importante non sostituirsi a lui quando dimentica o trascura il compito: confrontarsi con le conseguenze delle azioni è parte dell’apprendimento. Il senso di responsabilità si costruisce più attraverso l’esperienza che attraverso spiegazioni.

 

  1. Resilienza: il diritto di sbagliare.

I genitori non devono apparire infallibili. Mostrare ai figli che anche gli adulti sbagliano è un potente strumento educativo. Raccontare un errore commesso, spiegare come lo si è riconosciuto e quali passi si sono fatti per rimediare insegna che sbagliare non è un fallimento, ma parte del processo di crescita. La resilienza si trasmette soprattutto attraverso l’esempio:
i figli osservano come affrontiamo le difficoltà molto più di quanto ascoltino le raccomandazioni.

 

  1. Empatia: nominare le emozioni.

Aiutare un figlio a riconoscere e a nominare quello che prova è uno dei passaggi fondamentali dell’educazione emotiva. Anche le emozioni più scomode, come l’invidia, la gelosia o la delusione, meritano di essere accolte e comprese. Dire «stai provando invidia, è un’emozione normale» aiuta il bambino a capire che quello che sente non deve essere negato o temuto. Dare un nome alle emozioni è il primo passo per imparare a gestirle.

 

  1. Curiosità: domande senza risposta immediata.

Resistere alla tentazione di fornire subito una risposta significa lasciare spazio al pensiero. Quando un figlio pone una domanda, può essere più utile rilanciarla con un «tu cosa ne pensi?»
o un «come potremmo scoprirlo?». La curiosità si alimenta nella ricerca, nel dubbio e nell’esplorazione. Se ogni risposta arriva immediatamente, si perde l’occasione di allenare
il ragionamento e il desiderio di capire.

 

  1. Cooperazione: meno performance, più squadra.

Valorizzare un gesto di aiuto, un atto di gentilezza o la disponibilità verso un compagno tanto quanto un buon risultato scolastico significa trasmettere un’idea più completa di successo. Domande come «oggi a chi sei stato utile?» aiutano i figli a comprendere che il loro valore non si misura soltanto nelle prestazioni, ma anche nella qualità delle relazioni che costruiscono. Quello che gli adulti scelgono di notare e celebrare orienta quello che i ragazzi imparano a considerare importante.

a cura della redazione

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Written by giovanni47

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