


Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia: “Servono trasparenza, controlli efficaci e responsabilità condivisa lungo tutta la catena del valore per prevenire lo sfruttamento e tutelare lavoratori e produttori. Non si può accettare perché ci garantisce un benessere”
Dalla due giorni all’Orto Botanico di Roma il richiamo al ruolo del biologico, al giusto riconoscimento del valore del lavoro agricolo, e alla necessità di costruire sistemi alimentari equi e sostenibili
Il caporalato non può essere più considerato un problema emergenziale. Si tratta di un fenomeno strutturale del comparto agroalimentare in tutto il territorio nazionale. È un sistema criminale che fornisce in maniera distorta un servizio alle esigenze del contesto agricolo. Il caporalato nasce quindi dalla carenza di organizzazione su tre aspetti fondamentali per il lavoro nei campi: la disponibilità di alloggi, per cui i 200 milioni del PNRR per eliminare i ghetti sono stati spesi solo in minima parte; il trasporto collettivo, essenziale per rispondere alle dinamiche del lavoro agricolo; il collocamento legale di manodopera.
Il risultato è che i lavoratori più fragili muoiono sull’altare del prezzo basso alla vendita, ma quando il prezzo è così basso, vuol dire che i consumatori non stanno pagando il prodotto, ma le spese di trasporto e gestione della GDO. Paradossalmente l’aumento del costo alla vendita dei prodotti alimentari non ha fatto altro che aumentare il divario tra i cittadini che pagano un prezzo alto e i lavoratori che ricevono una remunerazione sempre più bassa. Tutti i cittadini hanno diritto ad accedere a un cibo di qualità, se gli stipendi in Italia non consentono a tutte e tutti di nutrirsi adeguatamente allora il problema sono le pensioni e gli stipendi troppo bassi.
È questo il messaggio che arriva da Buono e Bio in Festa, la due giorni appena conclusa all’Orto Botanico di Roma, promossa dall’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-FAO, in programma il 6 e 7 giugno all’Orto Botanico di Roma, all’indomani della manifestazione organizzata dai sindacati in risposta all’episodio dell’uccisione dei quattro lavoratori migranti ad Amendolara.
Per Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura del Comune di Roma, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia e Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio: «Per sradicare il caporalato dal sistema di produzione del cibo serve un’alleanza tra tutte le forze in campo – dalle istituzioni ai consumatori, passando per produttori e distributori, cuochi e artigiani – affinché sia più semplice prevenirlo piuttosto che agire alla fine del processo per reprimerlo. Sono troppe le esternalità negative dietro al cibo, non solo ambientali, ma anche sociali, che costringono a pagare il prezzo più alto ai più deboli, lavoratori a basso reddito e contadini: non è accettabile che lo sfruttamento sia considerato legittimo se garantisce un benessere».
Una battaglia impari con le forze attualmente in campo, come hanno rilevato molti dei relatori presenti. La legge c’è, ed è la 199 del 2016, ma non viene applicata nelle sue linee fondamentali. L’impegno che possono prendere le istituzioni è quello di aumentare i controlli, questo farà sì che più aziende agricole rispettino le regole. È necessario dare pieno corso alla legge, applicando l’indice di coerenza, che permette di controllare la congruità tra quanto è grande l’azienda agricola, quanto produce e quante ore lavoro sono necessarie.
Il problema – hanno sottolineato molti – è che a non funzionare è il decreto flussi. La Bossi-Fini produce irregolarità e determina condizioni di ricatto dei lavoratori. Oggi l’agricoltura italiana senza manodopera straniera non va avanti. Bisogna dare dignità umana a queste persone cambiando la legge e partire dalla regolarizzazione di chi già vive e lavora in Italia. Ma promuovere filiere più eque significa riconoscere anche il giusto valore del cibo, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce nel rispetto dei diritti e dell’ambiente e offrendo ai consumatori strumenti di scelta più consapevoli. In questo senso, è arrivato un richiamo al ruolo che l’agricoltura biologica svolge, con progetti avanzati come quello di NaturaSì sulla trasparenza dei prezzi al consumo, prerequisito per il coinvolgimento dei cittadini nella costruzione di sistemi alimentari più sostenibili e giusti.
Hanno contribuito al dibattito Camilla Laureti, europarlamentare e rapporteur del Parlamento Europeo sul regolamento biologico, Fabio Ciconte, presidente del Consiglio del Cibo Roma Capitale, presidente di Terra!, Yvan Sagnet, presidente Associazione No Cap, Salvatore Stingo, presidente Cooperativa sociale Agricoltura Capodarco e co-coordinatore del Tavolo “Economie solidali e servizi di comunità” Consiglio del Cibo Roma Capitale, Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì, Gennaro Giudetti, operatore ONU nei territori di Gaza.
Il caporalato nelle filiere agroalimentari italiane
Il caporalato continua a rappresentare una delle principali forme di sfruttamento presenti nelle filiere agroalimentari italiane. Secondo il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai CGIL, il comparto agricolo registra 200mila lavoratori irregolari, pari al 30% della forza lavoro dipendente. L’agricoltura italiana, un settore che genera valore per 73,5 miliardi di euro, presenta un tasso di irregolarità che evidenzia come il lavoro sommerso e le violazioni contrattuali continuino a interessare una parte significativa della manodopera impiegata nelle campagne. Lo stesso rapporto segnala un aumento del 9,1% dei reati e degli illeciti amministrativi nel comparto agroalimentare. Tra le categorie più esposte figurano le donne. Il rapporto stima in oltre 50.000 le lavoratrici coinvolte in situazioni di vulnerabilità e sfruttamento, spesso caratterizzate da salari inferiori a quelli previsti dai contratti, precarietà occupazionale e limitato accesso alle tutele sociali.
Accanto a queste forme più note, le ricerche più recenti mostrano come lo sfruttamento agricolo stia cambiando volto. Il rapporto “Gli ingredienti del caporalato”, realizzato dall’associazione Terra!, documenta casi di sfruttamento nelle filiere agricole di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, evidenziando come il fenomeno interessi oggi anche alcuni dei territori economicamente più dinamici del Paese. In questi contesti il caporalato tende a manifestarsi attraverso strutture formalmente regolari – cooperative, società di servizi, subappalti e altre forme di intermediazione – che rendono lo sfruttamento meno visibile ma non meno diffuso.
La pressione sui prezzi lungo la filiera, gli squilibri nei rapporti di forza tra produzione e distribuzione, la frammentazione del sistema agricolo e la vulnerabilità della manodopera migrante rappresentano alcuni dei fattori che favoriscono il ricorso a forme di lavoro irregolare. Per questo il caporalato non riguarda soltanto la tutela dei lavoratori, ma anche il funzionamento complessivo del sistema alimentare.
a cura della redazione
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